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Sarà il millennio del dialogo? Come comprendere l'orrore del terrorismo

Sarà il millennio del dialogo? Come comprendere l'orrore del terrorismo

di Silvia Ferrara

Era il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo quando il 7 gennaio 2015 due terroristi al grido di “Allah è grande”, hanno sterminato il gruppo di giornalisti del periodico satirico francese. Al Qaeda dello Yemen rivendicherà l'azione e minaccerà: "Basta attacchi all'Islam o colpiremo ancora". A 35 giorni dalle stragi di Parigi, Copenaghen sembra ricalcarne l'orrore formato dai fondamentalisti islamici della jihad coltivata in Europa. Due attacchi terroristici causano la morte di due civili ed il ferimento di cinque agenti di polizia. I due attacchi non sono stati rivendicati, ma secondo la polizia l’obiettivo della prima sparatoria era Lars Vilks, vignettista svedese noto per aver pubblicato alcuni disegni in cui il profeta Maometto era raffigurato come un cane randagio. La prima ministra danese, Helle Thorning-Schmidt, ha descritto le sparatorie come “un cinico atto di terrore contro la Danimarca”. Hollande successivamente dichiarerà che negli attentati di Copenaghen sono stati colpiti gli "stessi obiettivi" degli attacchi di gennaio a Parigi. "Sono gli stessi obiettivi ad essere stati scelti dai terroristi, possiamo chiaramente vedere che c'è un legame, che non attesta una rete, ma semplicemente la stessa determinazione dei terroristi a colpire ciò che siamo, ciò che rappresentiamo, i valori della libertà, del diritto, della protezione che ciascun cittadino, qualunque sia la sua religione, deve poter trovare".

Quale sedimento emotivo hanno lasciato dentro di noi questi orribili attacchi terroristici?

Dopo gli attacchi terroristici è naturale chiedersi quale tipo di persona può causare una tale distruzione, provocare un tale dolore? Ci chiediamo se i terroristi, come altri individui violenti, sono patologici? Sono persone che ricercano una causa per giustificare l’espressione della loro patologia personale? I dati della letteratura scientifica sull'argomento non indicano che i terroristi siano individui marcatamente patologici o intrinsecamente violenti. Se esiste una patologia del terrorismo, questa va ricercata nella patologia del gruppo e non in quella dell’individuo. E' il caso dei terroristi italiani di sinistra degli anni ’70 e ’80, per esempio. Carole Beebe Tarantelli, politica e psicoanalista, che ne ha considerato le dinamiche inconsce, sostiene che pur essendosi questo gruppo strutturato intorno a un’ideologia che imponeva la distruzione della vita umana, la maggior parte di loro, usciti dal carcere, conduce una vita niente affatto violenta. Se la patologia individuale quindi non è il fattore distintivo per determinare chi sceglie di dedicare la propria vita a gruppi il cui scopo è la realizzazione di atti violenti, si pone l’interrogativo se una lettura delle dinamiche di appartenenza al gruppo possa aiutarci a comprendere il terrorismo. Il <gruppo> può essere considerato come contenitore psichico, una mente pensante al di sopra della parti che lo costituiscono. Viene individuato e riconosciuto come oggetto a sé, e grazie a questo meccanismo può costituire leggi e azioni proprie. L'ideologia del gruppo diventa così un oggetto, un oggetto su cui viene messo il proprio ideale, in cui ci si identifica e, per amore del quale, qualunque azione verrà giustificata pur di conseguire l'obiettivo. Che sia un ideale religioso, politico, razziale, il movimento psichico individuale viene subordinato e congelato a favore di quello del gruppo, che trae proprio dall'investimento dei suoi adepti la sua essenza e realizzazione. Ne segue che sarà il gruppo a organizzare la psiche, attraverso modalità paranoiche e di congelamento emotivo. I gruppi fondamentalisti funzionano prevalentemente secondo queste modalità. Uno dei più autorevoli psicoanalisti delle dinamiche di gruppo, Bion. ha teorizzato che sono gruppi che riflettono il consenso inconscio dei loro membri, permettendo loro di essere coesi, con un funzionamento governato da un pensiero primitivo o addirittura psicotico. Aderire all’organizzazione richiede una negazione della realtà esterna a favore della realtà creata dal gruppo. Secondo Bion è questa la modalità di funzionamento di tutti i gruppi. La differenza dei gruppi terroristici è che si costituiscono con l’intento di agire il pensiero primitivo. I terroristi realizzano la pulsione distruttiva con modalità seriale sul palcoscenico della storia, agendo gli impulsi più mortiferi di cui la mente umana è capace. Un altro elemento che caratterizza il gruppo terroristico è il progetto di immortalità. Per i terroristi la strage delle loro vittime è una strage giustificata; poiché essi sono coloro che possiedono ed interpretano un sistema simbolico “buono” nella sua totalità; la vittoria del loro ideale è questione di vita o di morte per loro, per il loro gruppo, o, in ultima istanza, nel caso di ideologie di redenzione, per l’umanità tutta. Le ideologie chiamate in causa per giustificare i loro atti violenti cambiano – possono essere ideologie di purezza razziale, o ideologie politiche totalizzanti o, ancora, ideologie di redenzione appartenenti alle religioni fondamentaliste – ma il loro rapporto con le verità che proclamano non muta: essi non riconoscono alcun soggetto esterno da cui possa giungere qualcosa di valore. Sono ideologie assolutiste. Mai è stato più urgente cercare di capire perché le persone sono attratte da convinzioni estremiste e da organizzazioni estremiste violente. Nello scenario mediatico attuale in cui si susseguono le denunce sul mostro del momento, l'Isis, oltre allo smarrimento e all' indignazione, come poter comprendere le terribili uccisioni barbariche? Il Federal Bureau of Investigation (FBI) definisce un atto di terrorismo, atti violenti o pericolosi per la vita umana che sembrano essere destinati a intimidire o costringere la popolazione civile. Alla base delle motivazioni dei terroristi sembrerebbe proprio esserci il bisogno di significato e riconoscimento. Il terrorismo tende a dare alla vita delle persone un senso di significato, che rappresenta l’aspetto religioso del terrorismo, e che fornisce la giustificazione per questi atti raccapriccianti. Tra il terrorismo e la religione non vi è alcuna correlazione stretta. Nei movimenti radicali e gruppi estremisti, molti potenziali terroristi trovano oltre a un senso di significato, anche un senso di appartenenza, di connessione. Altri sono attratti dal terrorismo a causa della povertà, della disperazione e credono di portare cambiamenti socio-economici. La vendetta per i torti percepiti nel mondo è “una delle motivazioni più forti alla base del terrorismo”, un'occasione di riscatto. Nel documento del 2009 “Modelli di pensiero nell’estremismo militante” si è analizzato la mentalità di molti gruppi estremisti in tutto il mondo (basata su internet e materiale stampato), tra cui l’IRA e i Fratelli Musulmani, e due vengono riconosciute come credenze fondamentali: l’illegittimità delle autorità costituite e che il cambiamento può essere raggiunto solo con mezzi estremi e non convenzionali. Pur conoscendo meglio il fenomeno del terrorismo, comprendendo le sue origini, e invocando accettazione e tolleranza, assistiamo comunque attoniti e increduli agli ideologismi di una mente collettiva; chi come noi sperimenta l'espressione libera e critica della mente individuale, nonostante i limiti e le ipocrisie note a tutti della nostra società occidentale, avverte nella mente collettiva l'elemento regressivante e quindi, in verità.....disgregante del gruppo. Ecco perché forse, cari lettori, un uomo come Einstein, che divenne nel corso della sua vita sempre più convinto della necessità del pacifismo, dichiarò nel 1955, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, un ultimo appello all’umanità per la sua sopravvivenza: “Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto“.

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