La casa, croce e delizia nei giorni della pandemia

di Silvia Ferrara


Di certo l’anno appena trascorso non è stato come tutti gli altri e inevitabilmente anche i bilanci che siamo soliti fare, questa volta hanno un sapore molto diverso. La pandemia da COVID-19 ha avuto e continua ad avere conseguenze drammatiche sulla popolazione mondiale: tutti ne sono stati in qualche modo colpiti e l'emergenza sanitaria sta mostrandosi una vera e propria sfida. Sul piano fisico, ma anche su quello psicologico.

Le restrizioni imposte dal lockdown dell’ultimo anno hanno costretto la nostra società a nuove abitudini, prima tra tutte la necessità di restare in casa molto più del solito, modificando l’utilizzo degli spazi abitativi. Spazi, solitamente dedicati alla comunicazione intima, alle relazioni private, come la cucina o perfino la camera da letto, invasi da fredde immagini al computer, trasformati in aule o uffici virtuali, sacrificando l’immediatezza delle comunicazioni e dei linguaggi spontanei e informali. Tutto ciò riduce o addirittura inibisce la quotidiana, routinaria comunicazione familiare, per definizione disordinata e spesso allegramente rumorosa.

L'abitare, come fenomeno sociale, sta inevitabilmente cambiando

La trasformazione che negli ultimi decenni ha investito la suddivisione degli spazi abitativi, ha favorito una graduale riduzione, fino alla scomparsa, degli spazi intermedi (corridoi, ingressi) nelle nostre unità abitative, lasciando posto a una dilatazione di quelli comuni (openspace) così contemporaneamente deputati a connettere e a separare, mettendo a dura prova quelli più strettamente preposti alla protezione dell’intimità. Eliminando spazi di indugio, di transizione, si eliminano momenti che favoriscano la scansione di funzioni psichiche differenti. Un ambiente sufficientemente buono, come direbbe lo psicoanalista Winnicott, dovrebbe prevedere spazi partecipi, ma non intrusivi, protettivi dell’intimità, luoghi che riunifichino e mantengano aperta la conversazione tra il soma e la psiche, l’interno e l’esterno, l’individuale e il collettivo, il passato e il presente. Il corridoio nel film “La famiglia” di Ettore Scola costituisce un esempio di luogo per la messa in scena della memoria di una famiglia borghese nel succedersi delle generazioni, diventando protagonista muto dell’apparente, ripetitiva rappresentazione dell’incrocio e delle transizioni fra tempo privato e tempo storico dei protagonisti. E così la casa, prima mero sfondo delle nostre vite proiettate quotidianamente all’esterno, con l’emergenza sanitaria è diventata assoluta protagonista. L’incremento del tempo vissuto all’interno delle abitazioni ci sta tutti esponendo alla potenza o alla fragilità del sistema abitativo che occupiamo. La struttura dello spazio è portatrice di significati, che superano il semplice elemento architettonico/compositivo; c’è un valore simbolico, emotivo, metaforico.

Ascoltare per concepire gli spazi

Renzo Piano ha dichiarato che ascoltare è il primo passo per fare architettura, nel senso di cogliere i sentimenti di una comunità e farli dimorare dentro di sé. La nostra casa, il nostro appartamento, possono rappresentare in sintesi l’essenza del modo in cui percepiamo noi stessi, compreso il nostro corpo e le nostre relazioni con gli altri. Freud scriveva che la casa è una sostituzione del ventre materno, della prima dimora, a cui con ogni probabilità l’uomo non cessa di anelare, giacché in essa egli si sente al sicuro e a proprio agio. Bisogna riconoscere nel contesto architettonico abitativo tale valore e il senso dell’intervallo, quello spazio che divide il fuori dal dentro, la grande spazialità esterna delle masse, dallo spazio della famiglia, del focolare domestico. Un periodo estremo come questo può farcene rendere conto: chi di noi ha l’opportunità di avere un’abitazione con la vista su un ambiente esterno, aperto, luminoso e con elementi naturali è sicuramente in una posizione privilegiata rispetto a chi ogni mattina si sveglia con la sensazione di essere “blindato” dentro casa, con gli affacci coperti da edifici e la luce che raggiunge con difficoltà gli interni, diventando un fattore ambientale che stimola un umore sottotono fino ad attivare stati depressivi.

L’isolamento, la reclusione e l’incertezza generale dovuti al Covid-19 comportano una complessità emotiva non facile da gestire per la nostra mente. Il recupero del valore dei termini fuori e dentro, delle soglie, dei luoghi pensati contemporaneamente per separare e connettere spazi adibiti a funzioni differenti, si rende quasi indispensabile ora che l’utilizzo dell’abitazione è diventato per necessità più eclettico e multitasking. Consentire alle nostre unità abitative tempi e ritmi differenti della comunicazione, aperta e chiusa, spazi che agevolino la successione psicologica, dall’esterno all’interno e viceversa. Luoghi di sosta, di passaggio, che permettano il lutto di ciò che è passato, vecchio, e di luoghi dove lasciar depositare ciò che è latente, in “transizione” nella psiche, sono le nuove forme dell’abitare: per tornare a percepire un senso di equilibrio e momenti di creatività.


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